Torno a ribadire che lo stile della Miller è scorrevole, elegante e molto evocativo. Ma, per questo romanzo, credo sia l'unica nota positiva.
Non è un brutto libro, anzi, in giro c'è molto di peggio, ma ci sono degli aspetti che non mi piacciono di questo romanzo e, a questo punto mi sento di dire, della scrittura della Miller in generale.
Il primo di questi è una predominanza disturbante del raccontato sul mostrato. Raramente al lettore vengono mostrate le vicende della storia. Esse vengono spesso riassunte, con un uso del linguaggio evocativo, a tratti poetico, ma che in prosa si traduce con: vago. Anche gli episodi più interessanti e coinvolgenti vengono riassunti, così come rapidamente vengono date informazioni e vengono presentati altri personaggi, che, più che comparse, sono ombre sulla carta stampata.
Da qui, il secondo problema: l'infodunping.
Ovvero la valanga di informazioni che di quando in quando viene scaricata sul lettore senza che questi particolari vengano introdotti gradualmente e con uno scopo all'interno della narrazione.
Questo vale anche per degli episodi della vita di Achille e Patroclo, che sono all'interno del romanzo perché elementi del racconto epico, ma che, per la trama della Canzone di Achille, sono assolutamente inutili. Se venissero rimossi, la trama non cambierebbe di una virgola.
Inoltre, frequentemente, quello che succede, o ciò che i personaggi dicono, viene spiegato subito dopo in modo più semplice e chiaro, come se il lettore fosse un bambino di cinque anni con un deficit di attenzione.
Il terzo e più drammatico dei problemi è l'incapacità dell'autrice di caratterizzare i personaggi.
Non sto nemmeno a nominare quelli secondari perché è come se non esistessero. Sono spesso e volentieri soltanto nomi che si aggirano per le pagine. Figurine bidimensionali di un albo mitologico stravolto.
Parliamo dei nostri protagonisti, cominciando da Achille. Il principe di Ftia è come un bellissimo cartonato privo di personalità, di desideri, di ingegno e di volontà. Compie azioni e prende decisioni perché sì. Fine. Che carattere ha? Non si sa. Perché sceglie la gloria piuttosto che una lunga vita di anonimato? Non si capisce. Perché fra tanti sceglie e si innamora di Patroclo? Vuoto cosmico.
In questo modo, quando si arriva al nodo cruciale delle storia sul finale, non si riesce in alcun modo ad empatizzare con questa figura mitica, che, purtroppo per noi, rimane distante, abbozzata, vaga. Come tutto il resto.
Patroclo soffre della stessa carenza di Circe. Non ha alcun tipo di volontà.
Le cose accadono perché devono accadere. Quasi mai il personaggio compie azioni attive giustificate da un ragionamento. Spesso è la trama che lo trascina e lo spinge a compiere determinate azioni. Azioni che spesso non si comprendono. E qui, guarda caso, gli spieghini della Miller non ci sono.
Perché si innamora di Achille? Perché è bello. E perché sì.
La parte migliore è il finale, con un ultimo capitolo coinvolgente, ma solo perché a parlare è un fantasma, quindi lo stile vago ed onirico della Miler calza bene la situazione, ma, purtroppo, non tutto il resto del romanzo.
In conclusione, mi aspettavo decisamente di più da un libro tanto acclamato. Purtroppo rendere due personaggi omosessuali non basta a mascherare le lacune di una scrittura non all'altezza dei soggetti e della trama di questo romanzo.
Per saperne di più:

Commenti
Posta un commento